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Chapter 5 - IL GIORNO IN CUI IMPARI DOVE STARE

L'ingresso nella scuola non fu annunciato.

Non ci furono applausi.

Non ci fu alcun "benvenuti".

I nove studenti rimasti vennero fatti attendere in un corridoio lungo e stretto, illuminato da luci fredde che non lasciavano ombre nette. Un luogo pensato per non offrire riparo, né fisico né mentale.

Kael stava in fondo al gruppo. Non perché fosse timido, ma perché davanti si vedono le spalle, dietro si vedono le intenzioni.

Un ragazzo davanti a lui parlava a bassa voce.

«Alla fine ce l'abbiamo fatta.»

Kael non rispose.

"Fatta" era una parola pericolosa, a Valencrest.

Le porte scivolarono di lato.

Davanti a loro si aprì un atrio enorme. Non lussuoso, ma progettato per impressionare: soffitti alti, pavimento lucido, corridoi che si diramavano come vene.

E persone.

Molte persone.

Studenti che camminavano con sicurezza, altri che abbassavano lo sguardo al loro passaggio. Alcuni indossavano uniformi con dettagli diversi: colori più scuri, stemmi più elaborati.

Classi diverse, pensò Kael.

E non hanno bisogno di dirlo.

Un'istruttrice li attendeva al centro dell'atrio. La stessa che aveva parlato alla fine dei test.

«Seguitemi,» disse.

Nessuno chiese dove.

Camminarono.

Passarono davanti a una mensa. Kael notò subito la differenza: alcune zone erano separate da pareti trasparenti. In una, studenti mangiavano cibo semplice. Nell'altra, vassoi più curati, conversazioni rilassate.

Un ragazzo della zona "migliore" indicò il gruppo dei nove e sorrise.

Non era un sorriso gentile.

Uno dei nove abbassò la testa.

Kael no.

Guardò oltre.

Reazione registrata, pensò.

Non la mia.

Arrivarono in una sala circolare.

Sulle pareti, lettere grandi e luminose:

E – D – C – B – A – S

L'istruttrice si fermò.

«Questa è Valencrest,» disse. «Non una scuola. Un sistema.»

Indicò la lettera E.

«Voi iniziate da qui.»

Un ragazzo sbottò:

«Dopo tutto quello che abbiamo passato?»

L'istruttrice lo guardò come si guarda qualcosa di fragile.

«Soprattutto per quello.»

Silenzio.

«Ogni settimana,» continuò, «il vostro Indice di Merito Totale verrà aggiornato.

Salirete o scenderete.»

Una mano si alzò.

«E se uno è bravo in tutto?»

L'istruttrice sorrise appena.

«Allora verrà studiato.»

Kael abbassò lo sguardo.

Vennero consegnati i bracciali.

Non erano semplici identificatori.

Pesavano.

«Questo registra le vostre prestazioni,» spiegò l'istruttrice. «E le vostre scelte.»

Un ragazzo chiese:

«Anche quando non siamo in classe?»

«Soprattutto allora.»

Il dormitorio della Classe E era peggio di quanto Kael si aspettasse.

Stanze affollate. Spazi ridotti. Rumori costanti.

Un ragazzo lanciò la borsa sul letto.

«È una presa in giro.»

Kael scelse il letto più lontano dall'ingresso.

Meno passaggi. Meno interazioni forzate.

Poco dopo entrarono altri studenti. Alcuni già residenti della Classe E.

Uno di loro, più grande, li squadrò.

«Carne nuova,» disse. «Ricordatevi una cosa: qui non conta quanto siete bravi. Conta chi vi nota.»

Kael lo guardò.

«E chi ti nota?» chiese.

Il ragazzo rise.

«Ancora non lo sai.»

Nel pomeriggio, prima attività ufficiale.

Non lezione.

Non allenamento.

Un'assemblea.

Tutti gli studenti della Classe E seduti su gradoni. In alto, su una balconata, studenti delle Classi D e C osservavano.

Kael sentì il peso degli sguardi.

Un ragazzo della Classe D parlò.

«Guardali. Tutti convinti di salire.»

Risate.

Kael non reagì.

Chi ride dall'alto teme di scendere, pensò.

L'istruttrice Maera apparve.

«Questa non è una cerimonia,» disse. «È un avvertimento.»

Un pannello si accese.

Nomi. Punteggi bassi. Penalità.

«Questi sono gli studenti che la settimana scorsa sono scesi di classe.»

Un ragazzo riconobbe un nome.

«Era con noi.»

Maera annuì.

«Non lo è più.»

Silenzio pesante.

Prima prova ufficiale della scuola.

Una simulazione di squadra.

Obiettivo semplice: risolvere un problema logistico in tempo limitato.

Kael ascoltava. Non parlava.

Un ragazzo prese il comando.

«Io decido.»

Kael non lo contraddisse.

Il piano era mediocre.

Funzionava. Ma lasciava scoperti.

Quando il sistema introdusse un imprevisto, il piano crollò.

Punti persi.

Sguardi.

«Perché nessuno ha detto niente?!» gridò il leader improvvisato.

Kael parlò, piano:

«Perché non era il mio ruolo.»

Silenzio.

Maera annotò.

Quella sera, Kael sedeva da solo.

Un ragazzo si avvicinò.

«Tu non sembri arrabbiato.»

Kael alzò lo sguardo.

«Lo sono. Ma non serve.»

«Pensi davvero di restare in Classe E?»

Kael rifletté un istante.

«Penso che salire troppo in fretta faccia cadere.»

Il ragazzo non capì.

E se ne andò.

In alto, Arden osservava i dati.

«È basso,» disse Maera. «Troppo basso.»

Arden scosse la testa.

«È dove vuole essere.»

Maera strinse le labbra.

«Quanto durerà?»

Arden guardò lo schermo, dove Kael appariva come una linea stabile, quasi piatta.

«Finché qualcuno non lo spingerà.»

Kael spense la luce.

Classe E, pensò.

Il rumore copre bene i passi.

E Valencrest iniziò davvero a muoversi attorno a lui.

Fine Episodio 5.

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