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Chapter 33 - QUANDO IL CACCIATORE SMETTE DI NASCONDERSI

Valencrest – Settore Nord, Corridoi Secondari

Seconda fase – Notte 2

Non esiste silenzio, a Valencrest.

Esiste solo il momento in cui smetti di sentirlo.

Camminavo da solo, come sempre. Non per arroganza, non per isolamento. Ma perché i gruppi fanno rumore. E il rumore è un invito. Le luci del corridoio erano ridotte al minimo: strisce sottili lungo il pavimento, abbastanza da distinguere una sagoma, non abbastanza da leggere un'espressione.

Perfetto.

Il mio passo era lento, regolare. Non c'era fretta. La notte non scadeva, ti aspettava.

La prima notte serve a misurare.

La seconda serve a colpire.

Il bracciale non vibrava. Nessuna notifica. Nessun avviso. Ma lo sentivo comunque, come un animale che percepisce un cambiamento di pressione nell'aria prima di una tempesta.

L'intruso non si nascondeva più davvero.

Stava scegliendo.

IL CAMBIO DI STRATEGIA

Alla prima intersezione, mi fermai.

Tre corridoi.

Uno illuminato.

Uno completamente buio.

Uno con luce intermittente.

Scelsi il terzo.

Non perché fosse più sicuro.

Ma perché era ambiguo.

Il sistema di Valencrest reagiva a scelte prevedibili. L'intruso pure. Se volevo costringerlo a muoversi, dovevo essere l'elemento che non rientrava in nessuna variabile.

Dopo venti passi, la luce si spense del tutto.

Buio totale.

Mi fermai.

Inspirai lentamente, lasciando che il corpo facesse il resto. I sensi non erano tesi. Erano aperti. Il suono dei condotti d'aria sopra di me. Il fruscio lontano di una porta automatica. Il respiro… non mio.

Due metri alla mia destra.

Non mi voltai.

«Sei in anticipo,» dissi piano.

Silenzio.

Un silenzio diverso.

Non vuoto.

Attento.

Hai imparato a non reagire subito.

Bene.

«Non sei un primino,» continuai. «E non sei un osservatore.»

Un passo. Lento. Misurato.

«Non sei qui per i punti.»

Altro silenzio.

Poi, finalmente, una voce. Giovane. Maschile. Controllata fino a sembrare finta.

«Sei sicuro di sapere per cosa sono qui?»

Sorrisi.

Non con la bocca.

Con il torace che si rilassava.

«Sì.»

Mi voltai.

IL PRIMO SGUARDO

Era alto quanto me. Forse un paio di centimetri in più. Capelli scuri, ordinari. Lineamenti che non restavano impressi. Il tipo di volto che scivola via dalla memoria se non hai motivo di trattenerlo.

Uniforme da primo anno.

Ma non era nuovo.

Gli occhi, però… quelli tradivano tutto. Non erano nervosi. Non erano curiosi. Erano calcolatori, ma non nel modo freddo e distante degli strateghi.

Calcolavano persone, non numeri.

Tu giochi con le reazioni.

Non con i piani.

«Kael,» disse lui. Non come una domanda.

«Non è il mio nome qui,» risposi.

Fece un mezzo sorriso.

«Ma è quello che usi quando smetti di fingere.»

Interessante.

«Hai osservato abbastanza,» dissi. «Ora dimmi perché sei ancora vivo.»

Il sorriso svanì.

«Perché non mi hai ancora attaccato.»

Vero.

«E perché,» continuò, «non sei il tipo che colpisce senza sapere cosa ottiene.»

Sbagliato.

Feci un passo avanti.

Il suo corpo reagì prima della mente. Un mezzo arretramento, peso spostato sulla gamba posteriore, mani pronte ma non alzate.

Addestrato.

Non accademia.

Strada.

«Sei tu l'elemento non identificato?» chiesi.

«Dipende da chi me lo chiede.»

In un altro contesto avrei colpito. Qui no. Qui ogni gesto era un messaggio, e non avevo intenzione di parlare per primo.

«Il preside ti ha mandato?» insistetti.

Scosse la testa. Lentamente.

«Il preside permette.»

Ah.

Ecco la differenza.

UNA TERZA PARTITA

«Allora chi?» chiesi.

Lui inclinò la testa, studiandomi come si fa con un oggetto potenzialmente pericoloso.

«Diciamo che rappresento persone che vogliono sapere…»

Fece una pausa. Calcolata.

«…se vali davvero lo sforzo.»

Sentii qualcosa muoversi nello stomaco. Non paura. Divertimento.

«E il metodo sarebbe spaventare dei ragazzini?» chiesi.

«No.»

Il suo sguardo si fece più serio.

«Il metodo sei tu.»

Per un istante, il corridoio sembrò più stretto.

Eccolo.

Il vero motivo.

«Stai usando l'esame per provocarmi.»

Annui.

«Funziona.»

Aveva ragione.

INTERRUZIONE

Un urlo lontano.

Non il solito panico isterico.

Un grido spezzato.

Dolore vero.

Il ragazzo davanti a me si irrigidì per mezzo secondo.

Bastò.

Sparii.

Non corsi.

Non scattai.

Semplicemente non ero più lì.

SCENA DEL CRIMINE

La stanza era una delle sale studio secondarie. Quattro studenti. Due a terra. Uno contro il muro. Uno immobile.

Sangue.

Vero.

Non molto. Ma abbastanza da non essere parte della simulazione.

Mi avvicinai al ragazzo a terra. Respiro irregolare. Polso presente. Vivo.

Il sistema aveva permesso contatto fisico reale.

Stai alzando il livello.

«Non muoverti,» dissi al ragazzo contro il muro. Non per gentilezza. Per efficienza.

Mi voltai lentamente.

Lui era lì. L'intruso. In piedi, tranquillo. Le mani pulite.

«Non sono stato io,» disse subito.

«Lo so.»

Il colpevole era un altro. Uno dei quattro. Lo vidi negli occhi. Panico trasformato in aggressività. Aveva colpito per primo. Aveva perso il controllo.

«Non è colpa sua,» continuò l'intruso. «Il sistema l'ha spinto.»

«No.»

Mi alzai.

«Il sistema gli ha dato l'occasione.»

Feci un passo verso il ragazzo aggressore.

«Esci,» dissi all'intruso senza guardarlo.

«Non puoi ordinarmi—»

Mi voltai di scatto.

Per la prima volta, lasciai che mi vedesse davvero.

Non rabbia.

Non minaccia.

Certezza.

Si fermò.

Dopo un istante, fece un passo indietro. Poi un altro.

Svanì nell'ombra.

LA SCELTA

Il ragazzo davanti a me tremava. Non era un combattente. Non un predatore. Solo uno che aveva ceduto.

«Sei espulso,» disse una voce metallica dal soffitto.

Sistema automatico.

Il ragazzo scoppiò a piangere.

Io lo guardai.

Non provai nulla.

Valencrest non punisce.

Rimuove.

DOPO

Quando la notte finì, tre studenti erano stati portati via. Uno ferito sul serio. Nessun morto. Per ora.

Il mio punteggio era salito. Non molto. Ma abbastanza da attirare attenzione.

Troppa.

Nel dormitorio, mentre gli altri dormivano o fingevano di farlo, il mio bracciale vibrò.

Messaggio privato.

"Hai reagito diversamente da quanto previsto."

Risposi senza pensarci.

"Tu hai sbagliato bersaglio."

Passarono dieci secondi.

"Vedremo."

Sorrisi nel buio.

EPILOGO DEL CAPITOLO

Il mattino seguente, Valencrest annunciò un cambiamento.

Seconda fase – Modifica

Interazione diretta autorizzata

Collaborazione incentivata

Penalità aumentate

Traduzione:

ora è guerra aperta.

E io sapevo una cosa sola.

L'intruso non stava più testando il sistema.

Stava testando me.

E aveva appena fatto l'errore più grande.

Mi aveva mostrato fino a dove era disposto a spingersi.

CHIUSURA

Mentre uscivo dal dormitorio, incontrai il suo sguardo dall'altra parte del corridoio. Non sorrise. Non parlò.

Ma i suoi occhi dicevano tutto.

Ora sai che posso ferire.

Io risposi senza parole.

Ora so dove colpire.

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