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Chapter 3 - Il riflesso dell'anima

Si trovava sulla sponda di un lago immobile, nero come ossidiana. Nel cielo, le tre lune splendevano con un'intensità quasi innaturale, riversando su di lui un chiarore che sembrava riscaldargli la pelle, quasi a voler curare le ferite che portava dentro.

Era vivo. Era lontano. Ma il rintocco del cuore di marmo di sua madre risuonava ancora nella sua mente, un segnale che non lo avrebbe mai lasciato in pace.

Etan sollevò la mano sinistra con uno sforzo che gli parve sovrumano. Il mignolo era lì. La pelle era rosea, nuova, priva di cicatrici, come se la materia avesse deciso di riparare se stessa per puro istinto. Ma non provò sollievo. Guardò quel dito con un distacco gelido; la sua carne non gli apparteneva più, era solo un materiale da costruzione che Marcus voleva masticare.

Provò a mettersi a sedere, ma le forze lo abbandonarono a metà strada. Ricadde sull'erba con un gemito soffocato. Il corpo era un peso morto, svuotato di ogni energia, prosciugato da quel calore azzurro che aveva scatenato nel palazzo. Poteva solo restare sdraiato, fissando le lune che danzavano sulla superficie del lago.

«Ci sei?» sussurrò nel silenzio, la voce ridotta a un soffio.

«Sempre,» rispose la Voce. Ma non era il solito sibilo acido. Era stanca, con le vibrazioni smussate, come se avesse corso insieme a lui per chilometri in un labirinto di specchi.

«Cosa faremo adesso?» chiese Etan.

Per la prima volta in diciassette anni, la domanda non era carica di odio. Sentì un calore strano espandersi nel petto, un sentimento fragile che somigliava terribilmente all'affetto. Quella presenza, che aveva maledetto e temuto, era l'unico frammento del suo mondo che non si era sbriciolato. Era l'unica a conoscere il sapore del suo terrore. Era l'unica rimasta.

«Non lo so, Etan,» rispose lei, e il suono di quel nome pronunciato con dolcezza lo fece tremare. «Ma il tempo di nascondersi nelle stanze di pietra è finito. Marcus non si fermerà. Il mondo ha sentito il tuo odore. Dobbiamo agire. Dobbiamo muoverci.»

«Non ci riesco...» mormorò lui, chiudendo gli occhi. «Non ho più nulla dentro.»

«Allora lasciami il posto,» sussurrò lei. «Chiudi gli occhi, Etan. Riposa nel buio. Per una volta, lascia che sia io a guardare fuori.»

Etan obbedì. Si abbandonò a quel vuoto accogliente, sentendo la propria coscienza scivolare in un sonno senza sogni.

L'aria intorno al corpo del ragazzo iniziò a vibrare. Ci fu un rumore secco, come di ossa che si riposizionano e muscoli che si allungano con la fluidità dell'oro fuso. Il corpo di Etan mutò, le spalle si fecero più minute, i lineamenti del viso si addolcirono perdendo la rigidità del marmo. I capelli bianchi si allungarono, diventando una cascata di seta pallida che brillava sotto la luce delle tre lune.

La ragazza aprì gli occhi. Non erano gli occhi di Etan; erano di un azzurro così profondo da sembrare elettrico.

Si alzò in piedi con una grazia che Etan non aveva mai posseduto. Sentì l'erba umida sotto i piedi nudi, una sensazione fresca e pungente che le fece solleticare la pelle. Inspirò profondamente: l'aria sapeva di resina di pino, di acqua limpida e di quel profumo selvatico della terra bagnata che non aveva mai potuto sentire attraverso i sensi ovattati di lui.

Il rumore del lago, un ritmico e dolce sciacquio contro i sassi della riva, le parve la musica più bella dell'universo. Non c'era più il ronzio della materia storta o il fischio del Cubo. Solo il mondo, nudo e reale.

Si portò le mani al viso, toccandosi la pelle, poi sollevò lo sguardo verso il cielo. Le tre lune la inondarono con il loro chiarore argento, oro e opale. Lei rimase immobile, lasciandosi bagnare da quella luce calda, con un sorriso sottile che le illuminava le labbra. Per la prima volta, non era un'inquilina nel buio. Per la prima volta, la Voce aveva un corpo, e il mondo era finalmente un posto da toccare senza paura di distruggerlo.

«È così dunque...» sussurrò la ragazza, e la sua voce era melodia e ghiaccio insieme. «È così che appare la luce quando non vuoi mangiarla.»

Mentre la ragazza restava in piedi a farsi cullare dal riflesso delle lune, Etan si ritrovò sprofondato in un abisso che non conosceva.

Non era sonno. Era un'assenza totale. Si sentiva come se fosse stato avvolto in strati di lana spessa e bagnata; ogni suo senso era diventato ovattato, distante. Provò a gridare, ma non aveva gola; provò a guardarsi intorno, ma non aveva occhi. Era sordo, muto e cieco, un punto di coscienza sperduto in una stanza senza pareti né luce. L'unica cosa che gli arrivava erano gli echi dei sensi di lei: il profumo del pino era un ricordo sbiadito, il rumore del lago un ronzio lontano.

Etan capì. Capì che quella non era solo stanchezza. Era una prigione.

«È terribile...» sussurrò Etan nel vuoto della loro mente condivisa. «È come essere chiusi in una gabbia senza porte. Non sento nulla... è come essere morto, ma continuare a pensare.»

La ragazza si voltò verso l'acqua, osservando la propria immagine riflessa: una creatura di bellezza ultraterrena con i capelli d'argento. Rispose con una freddezza che fece tremare quel poco che restava della percezione di Etan. La sua voce mentale era intrisa di una saccenza amara, quasi crudele.

«Oh, davvero, Etan? Ti senti a disagio?» La ragazza sollevò una mano nuda, osservando come la luce della luna opale le facesse brillare la pelle. «Ecco, ora sai cosa ho provato io. Per diciassette anni. Ho vissuto nel tuo sgabuzzino, mangiando solo le tue briciole di dolore, guardando il mondo attraverso il buco di una serratura che tu tenevi chiusa con i tuoi morsi e i tuoi guanti.»

Etan rimase in silenzio nel buio. La colpa, quella vera, lo schiacciò più della morsa di Marcus. Non aveva mai pensato che la Voce fosse un'anima compressa in un angolo morto del suo corpo.

«Mi dispiace,» mormorò lui, e per la prima volta quella parola non era rivolta a sua madre o al mondo per il suo potere, ma solo a lei. «Non lo sapevo... non potevo sapere che il tuo silenzio fosse così pesante.»

La ragazza s'irrigidì. La rabbia che le vibrava nelle ossa sembrò sgonfiarsi all'improvviso, colpita da quella sincerità disarmante. Il vento notturno le soffiò tra i capelli bianchi, portando con sé il grido di un uccello notturno in lontananza.

Lei non rispose a parole. Ma sul viso perfetto della ragazza, sotto l'occhio destro che brillava della luce delle tre lune, apparve una singola, grande lacrima. Non era una lacrima di marmo, né di metallo. Era calda, umana, e scivolò lenta lungo la guancia fino a cadere nell'erba, come l'ultima barriera che crollava tra due sconosciuti che avevano condiviso lo stesso sangue per tutta la vita.

Poi, il vuoto si riempì di domande. Etan voleva sapere tutto. Da dove veniva? Chi era? Perché era lì?

«Non ci sono risposte,» rispose lei, guardando le lune. «Non so chi sono. Sono nata nel tuo dolore. Non ho mai avuto nemmeno un nome.»

Etan guardò attraverso gli occhi di lei la luna più grande, la più luminosa, quella che guidava le altre nel buio. Ricordò una parola di una lingua antica, un suono che sapeva di luce.

«Ti regalerò io un nome,» disse Etan. «Ti chiamerai Tsuki. Significa Luna. Perché sei l'unica cosa che brilla in questo disastro.»

La ragazza ripeté il nome, assaporandolo. «Tsuki...»

La sua postura si fece fiera. Non era più solo "la Voce". Ora era Tsuki. E mentre si incamminava verso il bosco, Etan sentì che quel nome non era solo un regalo, ma l'inizio di qualcosa che Marcus non avrebbe mai potuto spezzare.

Tsuki iniziò a camminare, ma non era il passo di chi sa dove andare; era il movimento di una creatura appena nata in un corpo già adulto. Per lei, il silenzio non era assenza di suono, era un rumore bianco, un ronzio di vita che le riempiva le orecchie. Ogni passo sul tappeto di aghi di pino era una scossa elettrica: sentiva lo scricchiolio secco, la consistenza morbida del muschio, l'umidità della terra che le si infilava tra le dita dei piedi.

Si fermò davanti a un tronco antico. Allungò una mano e ne saggiò la corteccia ruvida. Sapeva cos'era un albero, ne aveva percepito la massa attraverso i sensi ovattati di Etan, ma non lo aveva mai visto. La vista dei solchi nel legno, dei colori che passavano dal grigio al marrone scuro, la lasciò senza fiato.

Si guardò le braccia bianche sotto la luce delle lune, si toccò i fianchi, le curve nuove del suo corpo. Si analizzava come uno scienziato davanti a una reliquia sconosciuta. All'improvviso, però, un fastidio basso, una pressione nel ventre, la fece sussultare.

«Etan... sento un'urgenza. Un peso qui sotto,» disse, portando le mani al bacino. Istintivamente, cercò tra le gambe quel membro che Etan aveva sempre avuto, ma le sue dita incontrarono solo pelle liscia e forme diverse.

Tsuki scattò all'indietro, gli occhi azzurri sgranati dal terrore. «Etan! Mi hanno smontata! Il pezzo... non c'è più niente! Mi hanno cancellata come tuo padre!»

«No, no, Tsuki, calmati,» rispose la voce di Etan nella sua testa, carica di un imbarazzo che lei non poteva comprendere. «Non ti hanno smontata. Sei una ragazza. Il tuo corpo è diverso da quello che ho io, ma le necessità... insomma, devi solo fare la pipì. È normale. Solo... devi accovacciarti.»

Tsuki rimase immobile. Non conosceva la vergogna, non sapeva cosa fosse il pudore. Per lei era solo un'altra istruzione tecnica, un ingranaggio della biologia. Ma quella diversità fisica la lasciò inquieta, un promemoria che quel corpo era una creazione nuova, una terra straniera.

Continuò a camminare, attirata da un odore pungente, pesante, che sovrastava il profumo dei pini. Era un odore ferroso, di decomposizione. Sotto un cespuglio di rovi, vide la carcassa di un cervo. La carne era stata lacerata da qualche predatore, le ossa bianche spiccavano contro il sangue rappreso e i muscoli grigiastri.

Tsuki si chinò, le narici dilatate. «Cos'è questo, Etan? Dorme?»

«No, Tsuki. Quella è la morte,» spiegò Etan, e la sua voce mentale era un sussurro amaro. «È quando il battito si ferma e la materia smette di obbedire alla vita. Diventa solo cibo. Diventa polvere.»

La ragazza rimase a fissare le orbite vuote del cervo. Nella sua mente iniziarono a scorrere come un fiume in piena le immagini della sala del banchetto. I corpi mutilati, il collo vuoto di Lord Valerius, la polvere nera che un tempo era stata gente che rideva. Prima erano solo dati, ombre dietro un vetro appannato. Ora, davanti a quel cervo, Tsuki capì. Capì lo strazio, la definitività, il dolore della carne che si separa.

«Morte...» sussurrò.

All'improvviso, il mondo intorno a lei iniziò a ruotare. Il rumore del vento divenne un urlo, l'odore della carcassa le riempì i polmoni fino a soffocarla. La consapevolezza della strage che avevano lasciato alle spalle la colpì con la forza di un maglio.

Tsuki portò le mani alle orecchie e iniziò a gridare. Un urlo sovrumano, che non apparteneva a una ragazza e nemmeno a un ragazzo, ma a una creatura ferita a morte. Le lune sopra di lei sembrarono barcollare. Il senso dell'equilibrio svanì e lei cadde a terra, le ginocchia che battevano violentemente sul terreno, mentre la sua mente andava in pezzi sotto il peso di una realtà troppo cruda per essere guardata.Tsuki scattò in piedi. Non correva come Etan, con la pesantezza della paura, ma con una frenesia selvaggia, come se l'odore della carcassa fosse diventato un mostro invisibile che le mordeva i talloni. I rami le sferzavano il viso, i piedi nudi calpestavano sassi e spine senza che lei sentisse nulla se non il terrore di finire come quel cervo: ferma, fredda, mangiata dal bosco.

Sbucò in una piccola radura e si fermò di colpo. Davanti a lei c'era una casetta di legno, bassa e massiccia. La porta era socchiusa, lasciando uscire una lingua di luce arancione che tagliava il buio della notte.

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