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Chapter 7 - Le Cripte del Passato

Il fumo denso della città sembrava non voler penetrare nella zona industriale nord, un deserto di cemento e ruggine dove il tempo pareva essersi fermato molto prima che l'Entità iniziasse la sua opera di cancellazione. Kael guidava Sophie attraverso una foresta di tralicci elettrici divelti e capannoni dai tetti sfondati. L'aria era gelida, carica di un odore di ozono e metallo vecchio. Ogni passo di Kael era cauto; i suoi sensi, affilati da anni di addestramento come cecchino d'élite, erano tesi al massimo. Il peso del fucile d'assalto contro la sua spalla era l'unica certezza in un mondo che stava sbiadendo.

«Siamo quasi arrivati,» mormorò Kael, la voce ridotta a un soffio per non rompere il silenzio spettrale di quel luogo. «C'era un vecchio protocollo militare, il 'Progetto Mnemosine'. Era un bunker progettato per resistere non alle bombe, ma alla perdita di dati. Se i miei ricordi non mi ingannano, è proprio sotto quella vecchia acciaieria.»

Sophie camminava tenendosi stretta al braccio di Kael. Il suo sguardo era fisso sulle proprie mani, come se temesse di vederle svanire da un momento all'altro. «Kael, sento che il mondo sta diventando... sottile. Come se la strada sotto i miei piedi non fosse del tutto solida. È questa la sensazione che provavi tu al bar?»

Kael si fermò e la guardò negli occhi. «Sì. Ma tu sei reale, Sophie. E finché siamo qui, questa acciaieria è reale.»

Raggiunsero una pesante porta di ferro, seminascosta da cumuli di macerie. Kael inserì un codice su un tastierino numerico quasi completamente arrugginito. Con un gemito metallico che sembrò un urlo di dolore, la porta si schiuse, rivelando una scala a chiocciola che scendeva nell'oscurità più profonda. Scesero per minuti che sembrarono ore, finché non si trovarono davanti a una seconda paratia blindata. All'interno, il bunker era un labirinto di server spenti, schedari polverosi e monitor a tubo catodico che sembravano reliquie di un'era dimenticata.

Ma non erano soli.

Dalle ombre del fondo della sala principale, una figura emerse lentamente. Non era l'Entità, né uno dei sicari mascherati. Era un uomo anziano, con indosso un camice bianco sporco e gli occhi cerchiati da occhiaie profonde. Teneva in mano una vecchia pistola d'ordinanza, ma la sua mano tremava violentemente.

«Chi siete? Siete venuti a prendere anche l'ultimo archivio?» gridò l'uomo, la voce incrinata dalla follia o dal terrore.

«Mi chiamo Kael. Ero un sergente del corpo scelti. Cerco rifugio e risposte,» disse Kael, abbassando lentamente la volata del fucile in segno di pace. «Lei è il Dottor Aris?»

L'uomo abbassò l'arma, scoppiando in una risata amara. «Aris... sì, credo di esserlo. O almeno, è il nome scritto su questo tesserino che porto al collo. Non ricordo più la faccia di mia moglie, soldato. Non ricordo nemmeno cosa ho mangiato stamattina. Ma ricordo il Comandante. Ricordo il patto che ha stretto con l'oscurità.»

Kael si avvicinò, facendo segno a Sophie di restare vicino a lui. «Ci spieghi cosa sta succedendo. Chi è il Comandante? E perché l'esercito sta diventando un guscio vuoto?»

Aris si sedette davanti a una console ancora parzialmente illuminata. «Il Comandante non è un uomo, non più. Era il capo di questo progetto. Voleva creare un modo per preservare la coscienza umana in caso di guerra totale. Ma ha trovato qualcosa... o meglio, qualcosa ha trovato lui. Un'entità che non appartiene al nostro tempo. Essa non mangia carne, Kael. Mangia il significato. Se dimentichi chi sei, smetti di esistere fisicamente. L'Organizzazione dei Sicari sono coloro che hanno accettato il vuoto volontariamente. Hanno rinunciato alla loro identità in cambio di un'immortalità fatta di nebbia nera.»

Sophie si guardò intorno, toccando uno dei server. «Perché Kael ricorda? Perché io ricordo?»

Aris alzò lo sguardo su di lei, i suoi occhi erano pozzi di tristezza. «Perché l'amore e l'odio sono le ultime cose a svanire. Kael ha un odio così puro per ciò che sta accadendo, e un legame così forte con te, che l'oblio non riesce ad attecchire. Siete un'anomalia. Un errore di sistema che l'Entità vuole studiare prima di distruggere.»

Improvvisamente, un allarme iniziò a suonare nel bunker. Un suono cupo, pulsante. Le telecamere di sicurezza mostrate sui vecchi monitor rimasero accecate da interferenze statiche, ma Kael vide le ombre muoversi. I sicari avevano trovato il bunker. Non erano venuti in tre o quattro questa volta. Erano una legione.

«Dottore, c'è un'uscita secondaria?» urlò Kael, controllando le munizioni del suo fucile.

«Sotto la sala macchine. Ma Kael... ascoltami,» Aris lo prese per la giubba. «Non puoi solo scappare. Se vuoi fermare l'erosione, devi colpire il Comandante nel luogo dove tutto è iniziato. Devi tornare al centro della città, nel punto esatto dove hai incontrato Sophie la prima volta. È lì che il tessuto della realtà è più sottile. È lì che l'Entità ha piantato la sua ancora.»

Kael annuì, sentendo una nuova fredda determinazione scorrergli nelle vene. Prese Sophie per mano. «Dottore, venga con noi.»

«No,» rispose Aris, tornando a sedersi davanti ai suoi monitor. «Qualcuno deve restare qui per cancellare questi dati. Se l'Organizzazione mette le mani sul 'Progetto Mnemosine', sapranno esattamente come spezzare anche i legami più forti. Andate. Ricordatevi l'uno dell'altra. È la vostra unica arma.»

Kael spinse Sophie verso il condotto di fuga proprio mentre la porta blindata del bunker iniziava a deformarsi sotto colpi sovrumani. Non c'era sangue nelle creature che stavano entrando, solo il desiderio di riportare tutto al silenzio. Mentre scendevano nel tunnel d'emergenza, Kael sentì un'esplosione alle loro spalle. Aris aveva fatto saltare il laboratorio.

Ora erano soli nel buio, tra le fondamenta di una città che non li riconosceva più. Kael sentiva Sophie stringergli la mano così forte da fargli male, ma quel dolore era la prova che erano ancora vivi. L'ansia di Kael era sparita, sostituita da un fuoco nero. Non era più un fuggitivo. Era un soldato che tornava al fronte.

«Sophie,» disse Kael nel buio del tunnel, «qualunque cosa accada quando usciremo di qui, guarda sempre me. Non guardare le ombre. Guarda me e non smettere di dire il mio nome.»

«Kael,» rispose lei, la voce ferma nonostante il pianto. «Kael. Kael. Non mi fermerò mai.»

Uscirono dal tunnel in un vicolo lontano dalla zona industriale. La pioggia era tornata, ma questa volta era diversa. Gocce nere cadevano dal cielo, macchiando il cemento come inchiostro. La città stava morendo, e loro stavano camminando dritti nel cuore del mostro.

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