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Break Me Softly

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Chapter 1 - Prologo

23 maggio 2006

Flashback.

Sono appena tornata nell'appartamento dopo il lavoro. Sono stanca. L'unica cosa che sento, forse, è uno scricchiolio. Proviene dalla camera da letto, dove stamattina io e mia sorella discutevamo riguardo alla sceneggiatura che avrei dovuto recitare dopo. Poche ore fa.

Mi tolgo la giacca in pelle, gli stivali a tacco basso, butto le chiavi sul divano, in un posto a caso.

Davanti a me, le chiavi color oro della camera di mia sorella girarono e poi scompaiono: la porta si chiude a chiave.

Flashback

«Adam?» lo chiamo, ma la mia voce si dissolve nell'aria come se nulla fosse. «Adam, sei occupato?»

Spesso vado a trovare mia sorella Crystal. Adam mi segue. Viene sempre con me. E' davvero premuroso da parte sua, è un buon marito.

Ogni giorno la routine è questa: alle dieci del mattino vado a registrare film e serie gettonati che il pubblico aspetta con impazienza, ricevendo uno stipendio buono.

Come faccio a essere così richiesta? Crystal, pochi minuti prima che io lasci casa, mi aiuta con il trucco: skincare, combo labbra, intere palette per colorare le palpebre.

Di solito la vedo con un impacco sui capelli mentre io mi infilo gli stivali, uno di quegli impacchi da tenere due o tre ore, quindi circa fino alle tredici, che poi bisogna sciacquare per almeno mezz'ora. Non so come faccia ed essere così perfetta, tanto meno a volerlo.

Io torno più o meno mezz'ora dopo questa presunta haircare, dopo aver pranzato per strada, trovando Adam in accappatoio -probabilmente perché si fa una doccia giornaliera intorno a quell'ora- che mi aspetta per accoccolarsi tra le mie braccia.

Ma questa è una giornata normale. Troppo normale.

Oggi sono tornata prima dal lavoro. Non me lo sarei mai aspettata, ma il capo mi ha riferito che una parte della sceneggiatura è in fase di revisione e questo porterebbe a una modifica generale di tutto il pezzo successivo. In sostanza: il pomeriggio è libero.

Sto passando il mio tempo da sola e annoiata. Allora perché non andare da mia sorella, dato che sono sua ospite?

Mi dirigo verso la camera di mia sorella, stranamente oggi socchiusa e non chiusa.

Prima di bussare, mi rendo conto che non è sola.

Gemiti soffocati, respiri ansimanti, sussurri intimi.

La mia mano esita, combattendo contro l'imbarazzo e l'istinto di sapere con chi si frequenta mia sorella.

Se sono solo dei giochi o qualcosa di serio, gli uomini con cui esce.

Non la vedo da un po' Crystal, ma ricordo che quando eravamo ragazzine, a differenza mia, usciva con tanti ragazzi, anche contemporaneamente. E tutti la seguivano, desideravano di stare con lei.

Non è nuovo, quindi decido di far cadere la mano lungo i fianchi e aspettarla fino a quando finisce per sapere chi è il misterioso uomo.

Chissà se è ricco come Adam?

Giro i tacchi per andarmene, quando il suono dei gemiti si fa più forte, la tensione palpabile. Se sarei la dentro, penso che brucerei, dall'atmosfera che c'è in questo momento.

Mi copro le orecchie con espressione disgustata, quando lo sento, ovattato: «Siiiiiii, Adam, così!»

Il mondo sembra fermarsi, intorno a me. Il pavimento improvvisamente mi da la sensazione che mi sta lentamente ingoiando, portandomi al centro della terra. Dove il caldo brucia. Come l'inferno. Dove ti senti torturato, condannato.

Le gambe si fanno molli, crollano, facendomi cadere con un tonfo assordante.

Esce prima Crystal, poi segue Adam.

Entrambi sbarrano gli occhi, sbiancano. Si guardano, per pochi secondi, secondi che a me sembrano ore mentre cerco le parole giuste.

Ma il respiro mi manca, la sensazione di impotenza mi tormenta.

Il mio petto si abbassa e si alza a ritmo irregolare, le mani tremano, al tal punto da pensare che possano cadere.

«PERCHE' L'HAI FATTO?!», grido disperata. La mia voce potrebbe spezzare i muri.

Sento che posso svenire da un momento all'altro.

Mi prendo un minuto, mentre mia sorella e Adam non riescono a muoversi, come so fossero incollati al pavimento.

Quando finalmente riesco a parlare, la voce è tremante:«da quanto va avanti questa storia?»

Adam e Crystal si guardano, valutando quanto rivelarmi.

Ma io voglio sapere tutto. Voglio rovinargli la vita. «DA. QUANTO. VA. AVANTI. QUESTA. STORIA?!»

Le mie urla fanno sobbalzare Crystal, che si accovaccia dietro Adam, come se la potesse proteggere da tutto. Da me.

«Da quando siamo venuti a trovarla per la prima volta, tre anni fa.»

La rivelazione salta fuori come uno sputo amaro.

E mi sto sentendo imponente.

Non ci posso credere.

Mio marito e mia sorella.

Le persone di cui dovrei fidarmi di più.

Di cui mi sono fidata troppo.

Letteralmente nella camera accanto alla mia. Da settimane.

E ora come posso vendicarmi?

Mentre il mascara cola sulle mie guance e singhiozzo, mi ritrovo nuovamente col respiro affannoso. «Beh, Adam...».

La sensazione di cadere nel vuoto. Di essere vuota.

«...Se è così...», mi aggrappo alla porta, per non cadere.

Fa male anche a me. Ma è l'unica cosa che posso fare per vendicarmi. Nella speranza che un uomo ricco come lui non divorzi, perché sarebbe uno scandalo, provi un briciolo di compassione.

Lascio la frase in sospeso. Afferro dal reggiseno il test e lo getto addosso ad Adam, assicurandomi di colpirlo in pieno volto.

E mentre il volto di Adam si contorce in un'espressione di puro shock, scappo, lasciandolo con il test di gravidanza positivo.

12 aprile 2018

Proprio oggi, un in un giovedì qualsiasi dell'anno, ho perso qualcosa che non ho ancora avuto.

Mio figlio. Il mio Tyler.

Aveva solo dodici anni, quando qualcuno ha deciso ucciderlo.

Aveva ancora tutta una vita davanti

Un giorno fa.

Forse quando tornava da scuola, forse mentre ci andava. O magari si è suicidato. Quello di cui sono certa, ad ogni modo, è che ho fallito come madre.

Potevo fallire come figlia, come moglie, come avvocatessa, come attrice. Ma non come madre.

«Mamma, perché piangi? Dov'è papà? E Il mio fratellone? Ieri, dopo scuola, non è tornato insieme ai miei fratelli! Charles non l'ha visto, Levi non l'ha visto, Max non l'ha vist...»

Mentre la piccola creatura che ho davanti si lamento, giro lentamente la testa, incontrando gli occhi di Deva e la sua espressione imbrociata.

C'è ancora lei, per fortuna. Innocente, confusa. Con quel corpicino minuto e la testolina grande, come un cupcake, il nasino all'insù e degli occhioni che raccontano più di una vita. Gli occhi di una bambina che non potrà mai sopportare il suo futuro da sola.

«Papà è in viaggio per la prossima settimana», le rispondo con dolcezza, allontanandomi di qualche metro per avvicinarmi al balcone. «E tuo fratello...»

Le parole mi muoiono in gola.

Giro la testa di scatto, osservando mia figlia. Quanto posso rivelare ad una bambina di sette anni?

Mi precipito addosso a lei, inginocchiandomi per raggiungere la sua altezza e prendendole il viso tra le mani.

«Deva Hanney», la richiamo. «La mia piccola rondine. Promettimi di essere la prima rondine che migrerà in primavera. La prima.»

Deva mi guarda confusa. "Rondine" è il soprannome che le ho sempre dato. Lei non sa perché la chiamo così, non deve saperlo. Non deve sapere nemmeno che cosa significa quello che ho appena detto. Lo saprà.

«Che significa?», mi domanda lei. «Perché sei improvvisamente poetica, mamma? Quel tipo italiano, Alessandro, nella mia classe, fa delle poesie più belle!»

Scuoto la testa, poi mi alzo. «Lo saprai. In futuro», taglio corto, girando la testa verso la finestra e osservando il cielo.

«Tuo fratello... è sempre con te. Anche se non fisicamente. Perciò non temere nel suo non ritorno.»

E mentre mia figlia se ne va lontano, io mi perdo ad osservare il balcone, valutando le mie scelte.