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Chapter 25 - QUANDO IL CORPO DECIDE

Valencrest – Complesso dei Dormitori Nord

Giorno 6 dell'Esame / Sera

Non dormivo davvero da tre giorni.

Il mio corpo sì. La mente no.

Valencrest di notte cambiava volto. I corridoi si svuotavano, le luci restavano accese solo a metà, e l'aria diventava più fredda. Non era una scelta estetica: era una pressione psicologica. Qui anche il riposo era parte del test. Chi si rilassava troppo perdeva attenzione. Chi non dormiva perdeva lucidità. Io restavo in equilibrio tra le due cose.

Camminavo verso il dormitorio con le mani in tasca, il passo regolare. Nessuna fretta. Nessun rumore superfluo. Ogni studente che incrociavo evitava il mio sguardo o fingeva indifferenza. Era normale. Negli ultimi giorni avevano iniziato a sentire qualcosa che non sapevano spiegare. Un'incongruenza. Un fastidio.

Io.

Il bracciale dei punti vibrò leggermente. Una notifica interna, silenziosa. Nessun messaggio, solo un segnale. Qualcuno aveva speso punti per attivare un permesso notturno in area dormitorio. Non era comune. Non per un esame che si basava sulla comunicazione e sull'isolamento controllato.

Continuai a camminare.

Quando arrivai al mio piano, il corridoio era vuoto. Troppo vuoto. Le telecamere erano attive, certo, ma non si muovevano. Qualcuno aveva settato un loop. Non era sofisticato. Era sufficiente. Bastava per trenta secondi. Forse quaranta.

Sospirai piano.

«Finalmente.»

Non lo dissi ad alta voce. Era un pensiero. Un riflesso antico.

La porta alle mie spalle si chiuse.

Non mi girai subito. Il mio corpo aveva già registrato il cambiamento d'aria. Tre presenze. Una davanti. Due dietro. Passi leggeri, distribuzione del peso sbagliata. Nessuno di loro era un principiante.

Uno parlò. Voce giovane. Troppo controllata.

«Kael. Non vogliamo creare problemi.»

Finalmente mi girai. Lentamente. Le mani ancora in tasca.

Tre studenti. Tutti della mia classe. Tutti con punteggi sopra la media. Tutti con quella postura identica: non aggressiva, ma pronta. Addestrata.

«Avete speso punti per questo?» chiesi.

Uno esitò. Il più a sinistra. Bene. Segnai mentalmente il primo anello debole.

«Non importa,» continuò l'altro. «Ti chiediamo solo di collaborare. Domani, durante la votazione finale. Devi farti eliminare.»

Sorrisi appena. Non per scherno. Per conferma.

«E se rifiuto?»

Il ragazzo davanti a me fece un mezzo passo avanti. Non doveva farlo. Lo fece lo stesso.

«Allora non uscirai dalla scuola.»

Non risposi subito. Li osservai. I loro respiri. La tensione nei polsi. Il modo in cui evitavano di guardarsi tra loro. Non erano un team vero. Erano stati messi insieme.

Mandati.

Mi tolsi le mani dalle tasche.

«Chi vi ha detto che sono debole?» chiesi.

Non aspettai risposta.

Il primo colpo arrivò da destra. Un gancio rapido, ben eseguito. Il mio corpo si spostò prima ancora che la mente registrasse l'attacco. Presi il polso, ruotai, sentii l'articolazione cedere. Il ragazzo urlò. Non forte. Soffocato. Lo lasciai cadere.

Il secondo attaccò subito. Buona scelta. Tentò di colpire basso, mirava al ginocchio. Anticipai il movimento e gli entrai addosso. Gomito allo sterno. Aria fuori dai polmoni. Un passo indietro. Cadde contro il muro.

Il terzo esitò.

Sbagliato.

Gli presi il collo della giacca e lo spinsi contro la porta. Non forte. Abbastanza da fargli capire che non c'era bisogno di forza. Solo posizione.

«Ascolta bene,» dissi. La mia voce era calma. «Non sono qui per vincere punti. Non sono qui per sopravvivere a Valencrest. Sono qui perché mi serve.»

I suoi occhi si allargarono. Paura vera. Non quella simulata dei test.

Lo lasciai andare. Cadde a terra.

Le telecamere ripresero a muoversi.

Il bracciale vibrò di nuovo. Penalità automatica per "scontro non autorizzato". –50 punti. Sorrisi dentro di me. Poco importava. Altri sistemi si stavano già muovendo.

Lasciai i tre a terra e entrai nel dormitorio.

Solo allora il mio corpo rilasciò la tensione. Non dolore. Mai dolore. Solo memoria. La stessa sensazione di quando comandavo le strade. Quando bastava entrare in una stanza perché tutti smettessero di parlare.

Mi sedetti sul letto.

Valencrest stava cambiando ritmo. Non era più solo osservazione. Era selezione violenta. Qualcuno, fuori, stava perdendo la pazienza.

E questo mi divertiva.

Chiusi gli occhi un momento. Vidi il volto di chi mi aveva adottato. Le sue parole. Un'intelligenza come la tua non va sprecata qui.

Non aveva capito.

Il problema non era la mia intelligenza.

Era che il mio corpo ricordava troppo bene cosa significava non avere regole.

Il giorno dopo, durante la votazione, avrei sorriso. Avrei parlato poco. Avrei lasciato che scegliessero male.

Perché ora sapevo una cosa con certezza:

Valencrest aveva aperto una porta.

E non era pronta a ciò che stava entrando.

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